Ninna nanna ninna oh, il figlio è mio e non te lo do!

Quando la battaglia fra coniugi la paga il figlio.

A cura di Barbara Conversione, psicoterapeuta*.

Foto Barbara Conversione

Vi sarà senz’altro capitato negli ultimi anni di imbattervi nella sigla P.A.S. e chiedervi in che modo riguardasse i bambini. P.A.S. non è altro che l’acronimo di Parental Alienation Syndrome (Sindrome di Alienazione Genitoriale) e fa riferimento ad una controversa dinamica psicologica disfunzionale che si attiva nei figli minori coinvolti in contesti di separazione/divorzio conflittuali, attraverso l’indottrinamento da parte di un genitore al rifiuto totale dell’altro e lo schieramento del bambino con uno dei genitori, solitamente quello con cui vive e fa residenza.

Il fenomeno assurge alla definizione di “sindrome” in virtù di una serie di condotte alterate, tese a rafforzare il legame patologico attraverso un vero e proprio “lavaggio del cervello” del minore da parte dei genitori e delle persone che orbitano nel suo contesto (nonni, nuovi compagni/e, parenti, amici…).

Nello studio di psicoterapia Alchimie di Castellammare di Stabia seguiamo con la psicoterapia o la mediazione familiare diverse persone che vivono una separazione tormentata e fortemente conflittuale con il proprio ex partner. È caratteristica di queste situazioni assistere a delle campagne denigratorie in piena regola da parte di uno dei componenti della coppia nei confronti del coniuge bersaglio, con razionalizzazioni prive di riscontri oggettivi, completa assenza di ricordi piacevoli e positivi rispetto ad una persona che un tempo si è amata, talvolta anche in maniera appassionata. Il resoconto che il coniuge in guerra porta in seduta evidenzia una completa mancanza di sensi di colpa o di corresponsabilità per il fallimento dell’unione: la colpa è tutta dell’altro/a.

Si tratta di una condizione clinica che, seppur sempre esistita, con l’aumento delle separazioni ad alta conflittualità,  tende ad essere oggi individuata tra le forme di abuso sui minori più diffuse e ricorrenti. Uno stato di così violenta belligeranza ed ostilità tra genitori, infatti, espone i figli ad un reale rischio di danno evolutivo, attivando in essi fantasie e vissuti patologici che minano lo sviluppo psicologico e la naturale attitudine ad instaurare relazioni intime. Il pericolo enorme in cui i genitori belligeranti incorrono, più o meno inconsapevolmente, è rappresentato dal fatto che il proprio figlio rischia di perdere un buon modello di adulto dello stesso sesso in cui identificarsi o un buon modello dell’altro sesso con cui stabilire nel futuro proficue relazioni affettive.

Ascoltati in terapia o nel corso di una mediazione familiare, pur mostrando un atteggiamento apparentemente indipendente, difficilmente i bambini riescono a celare il loro sentirsi in balia di un pensiero forzatamente inculcato dai grandi,  tradito da un armamentario di vocaboli, espressioni ed interpretazioni chiaramente non autentici ma presi “in prestito” dal genitore “alienante”. Inoltre i minori, “utilizzati” da uno dei genitori o “triangolato” da entrambi, tenderanno a colpevolizzarsi per la separazione, vivendo ogni propria azione come conferma affettiva nei confronti di mamma o papà e “tradimento” a scapito dell’uno o dell’altro. I minori fantasticano la loro riunificazione, anche a dispetto di nuovi legami affettivi dei genitori e restano idealmente legati alla precedente struttura familiare, con conseguenti distorsioni cognitive della reale situazione.

È importante considerare “l’alienazione” un fenomeno che interessa l’intera dinamica familiare allargata in cui tutti i membri giocano un ruolo significativo. Spostando l’asse dell’osservazione dall’individuo ad un contesto più ampio che implica tutta una serie di relazioni parentali ed extraparentali (avvocati), emergerà in maniera ancor più lampante quanto l’iter processuale-giudiziale, che inevitabilmente accompagna il corso della separazione, sia necessariamente basato sulla scissione colpevole/innocente e tenda ad acutizzare, pertanto, il conflitto coniugale. La battaglia giudiziale, di fatto, ha alla sua radice una soddisfazione impulsiva “travestita” da buon proposito, quello di perseguire il bene del figlio attraverso la vittoria legale, con lo “schiacciamento” del partner. In realtà si tratta di un triangolo perverso, in cui i figli finiscono per essere trattati come oggetti ed usati come vere e proprie “armi relazionali” ai fini della separazione, specie laddove l’indennizzo psicologico venga perseguito alla stregua di quello economico, come metaforico e doveroso risarcimento per i torti subiti.

Disinvestire le energie dal processo giuridico per investirle in un intervento psicoterapeutico o di mediazione familiare aiuta ad affrontare il “lutto” di una separazione e a riconoscere in se stessi aspetti negativi oltre ai positivi, tanto caldamente sbandierati.

I genitori separati hanno un ruolo fondamentale nell’aiutare i figli ad adattarsi alla nuova situazione e per agevolare l’adattamento è necessario assumere comportamenti e atteggiamenti adeguati.

Ecco le principali indicazioni da seguire:

  • spiegare ai figli esattamente ciò che sta accadendo intorno a loro e perché (le conseguenze peggiori si verificano proprio nei casi in cui i bambini non hanno la possibilità di comprendere la difficile situazione che vivono loro malgrado);
  • rispondere alle loro domande in maniera onesta e spontanea, senza incolpare l’altro genitore, a prescindere dalle responsabilità di ciascuno;
  • sottolineare che nessuno ha colpa della separazione e che essa è frutto di una decisione dolorosa ma necessaria a preservare il bene e l’affetto che comunque lega la mamma e il papà;
  • informare i figli, quanto più serenamente possibile, sulle decisioni di tipo organizzativo relative all’affido (con chi dei due abiteranno, in quanti e quali giorni sarà possibile incontrare l’altro genitore etc.);
  • introdurre con gradualità i cambiamenti nella vita dei bambini;
  • incoraggiarli ad esprimere i propri sentimenti, aiutandoli a non farsi idee sbagliate su ciò che sta succedendo;
  • rassicurarli sul fatto che è assolutamente comprensibile sperare in una riappacificazione, ma che è opportuno cominciare a considerare che quella della separazione è una decisione definitiva.

Il confronto in un setting protetto e per propria stessa natura garantista, scandito secondo i tempi e le modalità poste in essere da una professionalità formata ad hoc, sosterrà i coniugi in questa difficile e delicatissima fase della genitorialità, agevolando il passaggio da un’accanita conflittualità  alla solidarietà, in cui uno dei genitori supporta le fragilità dell’altro, un tempo usata per dimostrarne l’incompetenza, offrendo ai figli una genitorialità integrata e non più scissa; perché la coppia può finire ma genitori si rimane per sempre.

È un po’ come leggere e rileggere un libro che vi ha tanto appassionati, riuscite ancora a sentire nel profondo del cuore l’eco delle parole della vostra storia d’amore, ma la sofferenza ed il risentimento vi hanno smarriti in uno spazio infinito di lettere senza più senso. A questo punto è necessario perdersi, lasciarsi andare. Non importa quanto lo si desideri, non si può vivere più in questo libro. Perciò consentite che una storia si chiuda, affinché non inghiotta il resto della vostra esistenza. “In fondo tutte le storie che amiamo hanno una fine ma è proprio perché finiscono che se ne può cominciare un’altra”.

*Associazione Alchimie
P.zza Unità d’Italia 4 – C.mare di Stabia
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